beati di sicuro

2 mag

Mia madre mi dice che a questo punto basta: se il Signore vuole, il lavoro lo trovo, se invece pensa che la cosa migliore per me sia tornare a Palermo, amen. Visto che non ho nessun potere, a parte cambiare la foto nel curriculum perchè tutti dicono che sembro una prozia bulgara dell’800 mentre fa l’equivalente bulgaro del polpettone – e nonostante ciò non mi prendono manco come aiutocuoco e lavapiatti – meglio che mi godo Roma.

Vatti a vedere la beatificazione, dice mia madre che almeno del matrimonio di William e Kate non glien’è fregato niente. San Pietro è’ un ottimo luogo di aggregazione. Dato che io non ci posso andare fallo per me, dice mia madre. Perchè non ti pigli un aereo e vieni? le dico. Ma ti immagini stare 3 ore all’impiedi senza poter andare in bagno? Sono vecchietta io. Solo tre ore? le chiedo. C’è gente che si è accampata da giorni… Mia madre mi consiglia di portarmi un lenzuolo e andarmi ad accampare pure io, così faccio amicizia e chissà che tra una cosa e l’altra…

Intanto nei Todis impazza la rivolta davanti alle casse quando qualcuno dice che i polacchi non pagheranno i biglietti della metro. Raccomandati, gridano due signori. Il Papa è di tutti, gridano altri. L’Italia è proprio leccaculo, grida un ragazzo brandendo un pesce surgelato verso la commessa.  Arrivano le guardie. Alla fine, sullo spiazzale dei carrelli, tutti si confrontano sulle parole che sanno di polacco e pensano a un piano di travestimento. Una rumena dice che lei è tranquilla perchè gli italiani non distinguono la gente dell’est, come con gli asiatici e i sudamericani.

Per strada vedo folle di fedeli distinti per nazione. Brasiliani con maglie verdi e gialle, texani con stivali e cappello, hawaiani con le ghirlande al collo, francesi con targhette con scritto: Francia… e italiani con targhette con scritto: Polonia.

Sono tanti, tantissimi, ho paura ma mi voglio aggregare.

Poi mi sveglio a mezzogiorno e l’aggregazione me la guardo in tv.

Anche il concerto del primo maggio lo guardo in tv. Quando chiama mia madre alzo il volume e faccio finta di essere tra la folla.

Non mi so aggregare, pensavo mentre camminavo da sola per strada. E allora mi sono aggregata a Fabio e a Daniela. Al baracchino all’aperto di Piazza Vittorio, all’una, vediamo questo gruppo di ecuadoregni (ci è voluto un po’ per scoprire che erano ecuadoregni e non cileni o peruviani) che suona le canzoni tradizionali. Festeggiano non si sa cosa, il Papa no. Chiediamo di cantare Paloma ma loro non la conoscono. E’ spagnola? chiedono. Ci confondiamo e pensiamo a Vola, paloma blanca, vola.

Tra il pubblico c’è anche un ragazzo che dice di essere italiano ma parla con l’accento straniero e che inizia a barcollare finchè non lo vediamo più. Piano piano si aggiungono i barboni del quartiere, tra cui un omino riccio direttamente uscito da Aspettando Godot, con un cappello di lana azzurro con un fiorellino. Attorno al leader del gruppo (che suona per l’Orchestra di Piazza Vittorio) c’è un fisioterapista col cappello da ecuadoregno che fabbrica il padre di 105 anni, due fratelli coi capelli lunghi, uno che suona e canta bene ma non vuole esibirsi e uno che canta e suona male e vuole farlo per forza. Un ubriaco che mi offre un bicchiere di birra e poi se lo beve lui. Un uomo muscoloso che scrocca sigarette e un piccoletto ubriaco che si chiama Mario e ogni tanto si alza e si mette a ballare come il nano di Twin Peaks. Quando lo fa gli altri gli dicono: Sientate Mario. A volte si alza per dire qualcosa e gli altri gli dicono: Callate, Mario.

- Il ballo significa sensualità, dice Mario. Se una donna vede un uomo ballare si innamora. Tu mi hai visto ballare? mi chiede. Callate Mario, lo zittiscono.

- Tu sai ballare? chiede Mario a Fabio.

- No.

- E come fai ad avere la ragazza?

- Noi italiani guardiamo ad altre cose, dice Daniela. Tipo…

- Tu mi hai visto ballare? le chiede Mario.

- Callate Mario.

A un certo punto Mario si mette a piangere parlando del figlio con Fabio. Mentre adesso è il barbone che balla a ralenti e Mario cade dalla sedia. Il barbone si arrabbia con Daniela perchè vuole che canti  le canzoni. Ma non le so tutte, dice Daniela. E il barbone, serio: Tu sai tutto. Intanto al gruppo si è aggiunto un altro ecuadoregno che era venuto a rifornire il chiosco con una confezione di bottiglie d’acqua e si è scordato di farlo.

Il gestore del chiosco dice che stanno per chiudere. Il capellone che canta e suona bene, ma non lo fa, dice: E donde estàn las puertas? Il fratello si è impossessato del flauto e tutti ci tappiamo le orecchie. Poi si addormenta di colpo.

Con o senza puertas il gruppo si scioglie. Baci e abbracci con tutti, mentre il nuovo arrivato  si insinua da dietro e mi fa domande. La confezione di bottiglie mi si sta conficcando nella schiena. Ridendo continuano a dirci se vogliamo cantata Paloma.

Nella piazza è calato il buio e il silenzio. Dal nulla spunta uno con le cuffiette che ci punta il dito contro: la bugia non è buona. E va via.

No, la bugia non è buona e quando dirò a mia madre che mi sono aggregata avrò la coscienza a posto.

Persevera, anche se non sai in cosa

29 apr

Colloquio: “volevo verificare che fossi una qualcosista”.

18 apr

L’ Italia, dicono, non è un paese per giovani. Ma manco per vecchi, se per vecchi si intende la mia età, 33 anni. In Italia, dicono, non si dà la possibilità ai giovani di fare esperienza e infatti il tempo passa e ti ritrovi a 33 anni…

Mi chiama una ragazza gentile da una tv agency, non chiamiamola casa di produzione perchè si offendono: fanno prodotti originali scritti e realizzati interamente da loro stessi medesimi. Avevo mandato il curriculum a gennaio ma vista la quantità di “carta” che ricevono al giorno la selezione era stata difficile. Io ero stata ritenuta una persona interessante. La ragazza molto gentile mi chiede se vivo a Roma, se sono disposta a lavorare, se mi interessano i prodotti documentaristici a sfondo sociale con ricerca sul campo. Certo, dico, è proprio quello che vorrei fare. Dice che mi manda il materiale da visionare così mi faccio un’idea precisa. Io, contenta, vedevo allontanarsi la prospettiva di tornare a Palermo. La ragazza gentile mi spiega tutto con meticolosità finchè dopo mezz’ora non arriva il direttore, un omino grassoccio con un completo color cacca di cane che fa subito il simpatico e mi spiega che non riusciva a uscire dal posteggio. Ribadisce che tra mille curriculum che ricevono al giorno il mio era stato tenuto in grande considerazione. Bene, rispondo guardando San Pietro dalla finestra e immaginandomi impiegata lì con un completo magari non color cacca di cane ma pur sempre un completo.

L’omino mi chiede del mio percorso di studi e di vita che gli sembra ben delineato, vuole capire se faccio parte della categoria dei qualcosisti, quelli che scrivono ma anche montano, girano, fanno lavori di grafica. No, gli rispondo, mi sono candidata solo per lo sviluppo dei contenuti… Bene, dice. Ma questi corsi dove ti insegnano a scrivere una sceneggiatura servono? Perchè a loro la tv fa schifo, il cinema italiano fa schifo, la fiction men che meno, loro destrutturalizzano. Uno impara le regole per poi non seguirle, dico. Sì, dice lui, ma uno che non ha mai fatto tv cosa ne sa? Mi metta alla prova, gli dico e vediamo cosa ne so.

Ma tu, mi dice, che sei passata da Torino a Roma cosa speravi di trovare… Lavoro? dico io. E l’hai trovato? mi chiede. Sono qua, infatti.

Prima dice che qui in Italia la situazione è difficile, poi dice: Ma tu, a 33 anni, non pensi che se ancora non lavori forse devi toglierci mano?  No, gli dico. Ma come fai a camparti? Gli elenco i miei lavori, passati e presenti, e lui dice che mi fa onore fare dei lavori anche socialmente utili (si riferisce all’insegnamento e non alla maschera di teatro) e non fossilizzarmi con la scrittura. Detto questo aggiunge: però se a 33 anni non hai ancora realizzato qualcosa di tangibile in tv o al cinema di cui essere soddisfatta, non pensi che forse è il caso di toglierci mano? No, gli dico e inizio a incazzarmi.

Io, se fossi stato in te, sarei andato in America a studiare, dice. Io sarei andato in India a fare esperienza a Bollywood. C’è gente che a 25 anni ha già il suo futuro in mano. E tu? mi chiede. Io sono qui, gli dico. Mi faccia fare un test.

Ma tu perchè a 33 anni sei in questa condizione? mi chiede. Continua a marcare 33 anni come se gli piacesse il suono. Sto per tirargli la sedia ma poi gli dico che uno le cose le deve provare per capire se fanno al caso suo e io fino a qualche anno fa avevo un mestiere che però alla lunga non mi piaceva. E poi, gli dico, se non le sta bene la mia età perchè mi ha chiamato? la mia data di nascita sul curriculum c’era, così come la mia esperienza.

“Volevo verificare se eri una qualcosista. E lo sei. Mi dispiace per te. Purtroppo mi rendo conto che l’Italia è proprio alla frutta e il problema non è Berlusconi ma sta alla base. I giovani di talento come te (ora sono di talento anche se non ha letto niente) non hanno la possibilità di fare esperienza”. E lei qui che mi ha chiamato a fare? gli dico.

Non risponde e continua a essere dispiaciuto per me perchè vede il mio futuro difficile. Povera Italia, dice. Povera tu, ragazza di talento che non puoi fare esperienza. A che servono le scuole di scrittura se poi producono gente disoccupata, dice.

Insomma, mi fa lavorare o no? gli chiedo. No. Preferisco 25enni che hanno il loro futuro in mano. O anche idraulici che per passione realizzano cose. Però idraulici, capito? Onestamente no, gli dico.

A quel punto mi alzo e lui ribadisce che a 33 anni bla bla. Io ribadisco che non capisco perchè mi ha fatta venire. Dalla finestra vedevo San Pietro in persona che mi salutava col fazzoletto.

Uscita dalla stanza, la ragazza gentile mi chiude in una stanza e dice di sentirsi mortificata perchè non se l’aspettava, la gente non si tratta così. Perchè non gli tiravi la sedia? mi dice. Bella domanda.Mi abbraccia e anche lei si dice dispiaciuta. E’ sincera ma tra le sue braccia mi sento una deficiente. Mi chiedo se tutto questo teatrino, come dice Davide, non l’abbia organizzato mia madre per farmi tornare a Palermo.

Intanto, a 33 anni, cerco la macchina dell’omino per bucargli le ruote a morsi. E l’esperienza me la faccio così.

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fatemi scendere

17 apr

Alcune mie amiche pensano che a una certa età non si può più fare le cretine, corteggiare i maschi nei bar, imboscarsi. Queste mie amiche  sono più piccole di me. Quelle più grandi invece si vede subito che si farebbero tutti in ordine alfabetico (come dice il mio coinquilino Davide) . Nel dibattito qualcuno diceva che non è la decenza che aumenta con l’età ma la quantità di maschi appetibili o disponibili che diminuisce. Molti trentenni hanno la faccia rassegnata, molti quarantenni invece si fanno il ciuffo rosso come Mirko dei Bee Hive. Mi chiedo se dovrò aspettare i quarantanni per ritrovare quella ventata di giovinezza che forse anch’io come dice Angela non ho mai avuto.

Nell’attesa sono andata a una festa in maschera a tema circense, perchè se nessuno ti riconosce puoi fare quello che vuoi, a otto o ottant’anni che sia. Era in un parco all’aperto vicino al Colosseo, in salita, che a ballare sembrava di imitare Micheal Jackson. La musica veniva da un tram fermo affittato con tanto di autista. Open bar e parrucche a profusione. I maschi erano vestiti da clown con gli occhiali giganti e non si capiva la faccia. C’erano Re leoni con troppi capelli, prestigiatori che senza assi di picchie fuori dal taschino sembravano vestiti da impiegati, zingari con solo l’anello d’oro al mignolo, orsi azzurri di peluche da cui di umano si vedeva solo il naso. Io e Angela cercavamo di capire se l’orso dal bel naso avesse il culo grosso o fosse il travestimento. Sembrava un tellytobbies.

L’età media era poco al di sopra dei trent’anni e la decenza ancora non si percepiva. Mentre parlavo con un ventottenne, il palermitano che ha fatto e disfatto tutto lui, che si scusa e poi scappa che “la musica lo chiama”,  i miei amici mi accusavano di pedofilia. Niente, appena superi i trent’anni tutto quello che è al di sotto è pedofilia. Per le donne, ovviamente. Davide dice che magari le diciassettenni ci cascassero con lui…

A un certo punto la musica sparisce e il tram si mette in movimento per portarci a casa. L’ autista con l’orecchino dà gli ultimi avvisi. La strada da fare in teoria era poca, in pratica era meglio farsela a piedi perchè ogni dieci minuti iniziava una rissa, il tram si fermava, i litiganti scendevano, si prendevano a legnate, l’autista aspettava che finissero (il servizio era costato 15 euro a testa), li faceva risalire e poi ripartiva. Ogni volta i litiganti erano sempre di più, finchè sul tram sono rimasta solo io e i miei coinquilini che guardavamo dai finestrini. Io volevo scendere e andare a piedi  ma Davide diceva che se scendevo prendevano a legante pure me. Così ho preso a mangiare dei confetti incustoditi mentre osservavo l’orso azzurro sanguinante con il ghiaccio sul naso. Che senso ha litigare alle tre di mattina? ci chiedevamo. Il motivo ovviamente era ignoto. Un tizio vestito da se stesso quando tutti sono risaliti ha gridato: abbasso la droga. Godetevi la vita, la vita è bella, e non drogatevi. Lo gridava contro di me che ero sempre rimasta seduta.

L’autista ci ha lasciato sotto casa. Mi sono andata a coricare e ho pensato che forse è vero che giovane non lo sono mai stata.

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e che le rispondiamo a questa?

13 apr

 

Una mattina ho pensato che era meglio tornarsene a Palermo. Ho scritto a un ente universitario per avere informazioni su un master. Ho scritto:

Buongiorno,

vi scrivo per avere informazioni sulle prossime date del Master e sui termini ultimi entro i quali iscriversi.

Grazie per l’attenzione.

E mi hanno scritto:

e che le rispondiamo a questa?

Angela dice che basta con la formazione, che sono cialtroni, che c’è chi viene pagato cinquemila euro per insegnare alla gente ad accendere il computer. Questo “chi” però a Palermo non s’è visto e forse per certi enti di Palermo i cinquemila euro valevano tutti.

Angela dice che ci vuole il lavoro serio ed era contenta quando è andata a fare il colloquio in un’azienda seria. Prima però c’era un test di logica come quelli che mi hanno fatto fare al call-center. Questi test in realtà si sono rivelati assessment center, quello che ho fatto per fare la hostess sui treni. Hanno chiesto se qualcuno l’avesse mai fatto e una ragazza ha detto sì. E cosa le avevano fatto fare, le hanno chiesto. Ah, niente, ha detto lei. Rispondevo al telefono, smistavo le chiamate…

Con tutti questi nomi che finiscono in center non è difficile sbagliarsi. Chi va a pensare che è un gioco di ruolo? Qui non c’era nessuna Elda o simili. Qui si doveva risolvere un caso della migliore Cronaca Vera.  Il fatto era questo: una donna tornava la mattina a casa dal marito che la trascura dopo essere stata dall’amante. Per tornare a casa deve attraversare un ponte ma lì c’è un pazzo con un coltello. La donna potrebbe prendere un traghetto ma non ha il biglietto e l’autista non la fa salire. Potrebbe tornare dall’amante ma l’amante non la rivuole. Potrebbe farsi soccorrere dall’amica ma l’amica è arrabbiata perchè l’amante era uno che piaceva anche a lei e quindi non la soccorre. Potrebbe rimanere dall’altra parte del ponte e chiamare la polizia, ma non è contemplato nel test. La donna attraversa il ponte e viene uccisa dal pazzo. Di chi è la colpa? Bisognava fare  un elenco in ordine di colpa. C’era chi diceva  il pazzo, chi invece l’autista, chi il marito che trascura la moglie. Voi, cari lettori, cosa avreste messo?

Con questo dilemma vi lascio per cercare una mela “seria” tra tutte quelle marroni che mi hatto dato al mercato.

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4 apr

Mai esultare mai lamentarsi, dice mio padre. Il segreto è rimanere impassibili alla sorte. Me lo diceva quando prendevo 4 e piangevo e quando prendevo otto e saltellavo. Non mi dava nessuna soddisfazione.

In questo periodo di giornate lunghe, calde, senza nessuno dei miei plurimi lavori, per non perdere l’impassibilità sono andata a Rieti da Gaia. Col verde, il silenzio, il salame di cioccolato e la pasta dal nome strano, tipo stringozzi, mi sono sentita un tutt’uno con la natura. Gaia mi ha beccato a parlare col suo gatto Picchiatello che, pensavo, magari il discorso di mio padre con gli animali non vale. Questo gatto è il più brutto tra i 4 che ha. E’ storto dalla coda ai baffi e dato che sul bagnato non piove ma diluvia ha pure problemi gastrointestinali che lo isolano dagli altri, tra cui un gatto chiamato “tronista” che ha l’alito di menta, non si capisce come mai.

Picchiatello non sa fare le fusa: ti poggia la testa sul braccio e rimane fermo.

Che gli stai dicendo? mi ha chiesto Gaia.

Cose nostre.

Gli vuoi bene perchè è un gatto, se un essere umano avesse sti problemi col cazzo che lo accarezzeresti…

Mi è venuto in mente un tizio che mi piaceva dieci anni fa, con la schiena a pellicciotto di peli sfoderato nelle canottiere, e la scorreggia facilissima. Non so se adesso mi piacerebbe, ma forse sì perchè in queste cose non ti spieghi.

Picchiatello non sa manco miagolare, tutto quello che doveva dirmi me l’ha detto con la testa bloccata. Non vuole essere accarezzato, si autoaccarezza sugli spigoli.

Per due giorni sono rimasta a osservarlo. A 12 anni di vita felina è ancora in piedi, seppure storti.  E’  mezzo cieco e senza spasimanti. La natura dà lezioni di vita.

In due giorni di aria pulita, biciclette senza caschi, cani con la museruola, vicoli medioevali, spiazzali erbosi dove già immaginavo festival di circo in estate e monumenti inspiegabili come “la caciotta”, marmo rotondo che celebra la perfetta centricità rietina, ero di nuovo rilassata e pronta ad assaltare le agenzie interinali. Finchè non sono arrivata alla stazione  dove un centinaio di liceali si è accalcato sul mio stesso pullman a due piani, direzione Roma. Oltre alle persone c’erano i trolley, sembrava di essere in India o sul 3 la domenica mattina. Ero bloccata tra la porta e la scala e quando stavo per scendere altri liceali che salivano mi hanno spinta in mezzo.

Fatemi scandere, non posso fare due ore di viaggio così. Ho detto.

Ma mica sono due ore, mi fa uno. Se va bene ce ne mettiamo 3.

Il pullman è partito e io non sapevo dove reggermi. Alla prima fermata mi sono girata per scendere, sono saliti i controllori che a Roma visti mai e mi hanno preso a gomitate per farsi spazio, spingendomi ancora più in mezzo. Nella folla sono riusciti a fare le multe. L’hanno fatta a una ragazza vicino a me con i sandali estivi e le calze di lana bucate. Ho detto che non era giusto che non essendoci servizio non si doveva pagare, che quelle non erano condizioni, si stava eccedendo non di poco dalla capienza massima… Il controllore ha detto alla ragazza che se non era contenta poteva scendere e la ragazza mi ha guardato male e mi ha pestato il piede. Io però volevo scendere sì. Adesso ero all’ultimo gradino della scala e al piano di sopra la guida veloce dell’autista faceva venire da vomitare. Qualcuno infatti vomitava nei sacchetti improvvisati.

Voglio scendere.

E scenda.

Nessuno mi faceva passare.

Dopo un’ora sono riuscita a sedermi per terra nel corridoio. Forse riuscivo a non vomitare. Un bambino mi fa: permesso, scusi. Mi sono alzata e ho visto che lui ha fatto due passi e poi è tornato indietro. Mi sono riseduta e lui ha fatto la stessa cosa. Alla terza volta l’ho minacciato che gli avrei vomitato addosso e per tutta risposta l’ha fatto lui, sui miei pantaloni ancora sporchi di peli di Picchiatello.

Papà, ho pensato. Papà, non c’è un altro modo per essere impassibili?

Ho premuto la testa contro il mio braccio e sono rimasta così fino a Roma, tre ore dopo. Era andata bene.

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via modesta valenti

21 mar

Il motivo per cui ci ho messo tanto a prendere la residenza da qualche parte è stata la tassa dell’immondizia. O la casa è troppo grande e si paga assai, o non ho il contratto, o sarei l’unica residente della casa e gli altri non vogliono pagare. Così me la sono rimessa a Palermo. Il perchè l’avessi tolta è incomprensibile. Mio padre mi chiedeva ma perchè? gli altri fuorisede mi chiedevano perchè? Perchè voglio proclamare la mia indipendenza, dicevo. Mio padre e i fuorisede all’unisono anche se in momenti diversi mi hanno fatto le pernacchie. Qualche anno dopo, a testa bassa, ho chiesto a mio padre se mi faceva rientrare nel suo stato di famiglia. No, mi ha risposto. Ti faccio rientrare al mio stesso indirizzo. Attorno al quale ci sono almeno due chilometri di immondizia vecchia di chissà quanto.

L’ufficio anagrafe del paesino in cui stanno i miei è grande quanto la mia stanza. Gli orari vanno dalle otto e mezza alle undici e mezza e alle undici ti dicono di tornare l’indomani che non c’è più tempo, anche se siamo in tre. L’indomani siamo sempre in tre e le impiegate non si vedono. Si sentono le voci nell’altra stanza. Parlano dei vincitori di Amici. Il ragazzo ha sofferto tanto, era giusto che vincesse. Una signora intanto aspetta una risposta da luglio. La sua macchina è in terza fila e se non le rispondono minaccia di bloccare il traffico. L’impiegata si mette al computer, preme un tasto a caso e dice:  Sì.

Al mio turno compilo il modulo per l’immondizia e gli do pure una foto dei dintorni di casa mia; a coscienza vostra, dico. Accanto a me c’è un ragazzo padre con sua figlia di cinque anni che spia la foto. Secondo te, amore, perchè non raccolgono l’immondizia? chiede il ragazzo alla bambina che sta mangiando un gelato che cola sulla foto, sui fogli e sulla scrivania.  Perchè c’abbutta, dice la bambina che ha già capito tutto, a parte che per leccare non è necesario uscire tutta la lingua. L’impiegata ride mentre pulisce le macchie con una salviettina umidificata. E allora li puniamo? dice il ragazzo. Punire proprio no, dice la bambina, poverini. Gli facciamo una bella sgridata e non lo fanno più.

Subito dopo vado all’usl per chiedere il medico. Anche qui gli uffici aprono alle otto e mezza e chiudono alle undici e mezza. Tre volte a settimana. Alle undici dicono che hanno finito i numerini e che quindi niente. Saremo cinque sì e no.

Faccio una passeggiata a piedi, sulla sabbia coperta di immondizia dove la bambina ha trovato una Barbie. Mi chiede di cercare un Big Jim per giocare insieme ma il padre la porta via perchè devono andare a prendere la mamma al lavoro. Con tre ore di lavoro al giorno gli spazzini ci metteranno una vita a pulire. Forse il tempo che ci metterà il comune ad accogliere la mia richiesta di residenza.

 

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