Mia madre mi dice che a questo punto basta: se il Signore vuole, il lavoro lo trovo, se invece pensa che la cosa migliore per me sia tornare a Palermo, amen. Visto che non ho nessun potere, a parte cambiare la foto nel curriculum perchè tutti dicono che sembro una prozia bulgara dell’800 mentre fa l’equivalente bulgaro del polpettone – e nonostante ciò non mi prendono manco come aiutocuoco e lavapiatti – meglio che mi godo Roma.
Vatti a vedere la beatificazione, dice mia madre che almeno del matrimonio di William e Kate non glien’è fregato niente. San Pietro è’ un ottimo luogo di aggregazione. Dato che io non ci posso andare fallo per me, dice mia madre. Perchè non ti pigli un aereo e vieni? le dico. Ma ti immagini stare 3 ore all’impiedi senza poter andare in bagno? Sono vecchietta io. Solo tre ore? le chiedo. C’è gente che si è accampata da giorni… Mia madre mi consiglia di portarmi un lenzuolo e andarmi ad accampare pure io, così faccio amicizia e chissà che tra una cosa e l’altra…
Intanto nei Todis impazza la rivolta davanti alle casse quando qualcuno dice che i polacchi non pagheranno i biglietti della metro. Raccomandati, gridano due signori. Il Papa è di tutti, gridano altri. L’Italia è proprio leccaculo, grida un ragazzo brandendo un pesce surgelato verso la commessa. Arrivano le guardie. Alla fine, sullo spiazzale dei carrelli, tutti si confrontano sulle parole che sanno di polacco e pensano a un piano di travestimento. Una rumena dice che lei è tranquilla perchè gli italiani non distinguono la gente dell’est, come con gli asiatici e i sudamericani.
Per strada vedo folle di fedeli distinti per nazione. Brasiliani con maglie verdi e gialle, texani con stivali e cappello, hawaiani con le ghirlande al collo, francesi con targhette con scritto: Francia… e italiani con targhette con scritto: Polonia.
Sono tanti, tantissimi, ho paura ma mi voglio aggregare.
Poi mi sveglio a mezzogiorno e l’aggregazione me la guardo in tv.
Anche il concerto del primo maggio lo guardo in tv. Quando chiama mia madre alzo il volume e faccio finta di essere tra la folla.
Non mi so aggregare, pensavo mentre camminavo da sola per strada. E allora mi sono aggregata a Fabio e a Daniela. Al baracchino all’aperto di Piazza Vittorio, all’una, vediamo questo gruppo di ecuadoregni (ci è voluto un po’ per scoprire che erano ecuadoregni e non cileni o peruviani) che suona le canzoni tradizionali. Festeggiano non si sa cosa, il Papa no. Chiediamo di cantare Paloma ma loro non la conoscono. E’ spagnola? chiedono. Ci confondiamo e pensiamo a Vola, paloma blanca, vola.
Tra il pubblico c’è anche un ragazzo che dice di essere italiano ma parla con l’accento straniero e che inizia a barcollare finchè non lo vediamo più. Piano piano si aggiungono i barboni del quartiere, tra cui un omino riccio direttamente uscito da Aspettando Godot, con un cappello di lana azzurro con un fiorellino. Attorno al leader del gruppo (che suona per l’Orchestra di Piazza Vittorio) c’è un fisioterapista col cappello da ecuadoregno che fabbrica il padre di 105 anni, due fratelli coi capelli lunghi, uno che suona e canta bene ma non vuole esibirsi e uno che canta e suona male e vuole farlo per forza. Un ubriaco che mi offre un bicchiere di birra e poi se lo beve lui. Un uomo muscoloso che scrocca sigarette e un piccoletto ubriaco che si chiama Mario e ogni tanto si alza e si mette a ballare come il nano di Twin Peaks. Quando lo fa gli altri gli dicono: Sientate Mario. A volte si alza per dire qualcosa e gli altri gli dicono: Callate, Mario.
- Il ballo significa sensualità, dice Mario. Se una donna vede un uomo ballare si innamora. Tu mi hai visto ballare? mi chiede. Callate Mario, lo zittiscono.
- Tu sai ballare? chiede Mario a Fabio.
- No.
- E come fai ad avere la ragazza?
- Noi italiani guardiamo ad altre cose, dice Daniela. Tipo…
- Tu mi hai visto ballare? le chiede Mario.
- Callate Mario.
A un certo punto Mario si mette a piangere parlando del figlio con Fabio. Mentre adesso è il barbone che balla a ralenti e Mario cade dalla sedia. Il barbone si arrabbia con Daniela perchè vuole che canti le canzoni. Ma non le so tutte, dice Daniela. E il barbone, serio: Tu sai tutto. Intanto al gruppo si è aggiunto un altro ecuadoregno che era venuto a rifornire il chiosco con una confezione di bottiglie d’acqua e si è scordato di farlo.
Il gestore del chiosco dice che stanno per chiudere. Il capellone che canta e suona bene, ma non lo fa, dice: E donde estàn las puertas? Il fratello si è impossessato del flauto e tutti ci tappiamo le orecchie. Poi si addormenta di colpo.
Con o senza puertas il gruppo si scioglie. Baci e abbracci con tutti, mentre il nuovo arrivato si insinua da dietro e mi fa domande. La confezione di bottiglie mi si sta conficcando nella schiena. Ridendo continuano a dirci se vogliamo cantata Paloma.
Nella piazza è calato il buio e il silenzio. Dal nulla spunta uno con le cuffiette che ci punta il dito contro: la bugia non è buona. E va via.
No, la bugia non è buona e quando dirò a mia madre che mi sono aggregata avrò la coscienza a posto.


Una mattina ho pensato che era meglio tornarsene a Palermo. Ho scritto a un ente universitario per avere informazioni su un master. Ho scritto:
